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giovedì 28 aprile 2011

F.S. says: Narciso è...uomo!

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Noi donne in fondo ci vestiamo per altre donne: competiamo con loro, le scrutiamo, le critichiamo, le invidiamo. Gli uomini, si guardano allo specchio e si perdono nella loro immagine, si toccano i baffi, la barba, aggiustano i capelli col gel, dita delicate, sembra che lavorino con la cera.  Uomini, molti uomini, che cercano donne bellissime da avere al fianco come fossero gioielli e così danno quel tocco prezioso alla loro figura: <<oh, adesso si che si può uscire!>>

Aleph

domenica 10 aprile 2011

F.S. parla di estetica maschile...

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Che siano tanti e tutti diversi quante sono le donne e i loro gusti! L'uomo ha maggiore libertà, è vero, in fatto di estetica, ma questo perché esistono infinite donne e illimitati gusti e preferenze! Il gioco è: ogni donna costruisce dentro di sé da quando è piccola un ideale uomo, chi vuole l'eroe, chi il cuoco, chi vuole l'orsetto da accudire. Occorre ammettere che per i più vale la vecchia legge del cavernicolo: molte donne portano quel dictat di sopravvivenza che le spinge a cercare un 'cacciatore robusto' e quindi muscoloso e con occhi infossati anti-sole. Poi c'è qualcuna che si è adattata all'ambiente ed è particolarmente emancipata - va a caccia tutta da sola al supermercato! - che preferisce un compagno raffinato e ben curato, con sopracciglia ridisegnate e un Armani nero nell'armadio. Che dire allora agli uomini? Siate voi stessi, non sforzatevi di adeguarvi a un canone che piace a voi perché, in un modo o nell'altro, già siete l'uomo ideale di qualche donna.


Aleph


lunedì 14 marzo 2011

Abercrombie & Fitch ... ma che mania!

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Oggi come oggi non basta possedere qualcosa di particolare, magari un capo vintage, oppure una maglia fatta a mano, irrepricabile, non più. Oggi servono cose davvero introvabili, almeno in Italia, ed ecco che i souvenirs di nuova generazione non sono più ampolle con neve finta, penne con sopra una foto o il classico accendino! I souvenirs, quelli da portare a parenti e ad amici, sono i capi d'abbigliamento, meglio se firmati da qualcuno che in Italia non c'è. Un caso per tutti? Abercrombie! Oggi è praticamente un must indossare nel tempo libro la coloratissima polo con la rennina ricamata sopra, oppure una camicia a quadri oversize magari con sotto una canottierina vedo-non vedo. Ma la faccenda non è nemmeno una questione di moda. Il fatto è che le magliette con la simpatica rennina sono un prodotto che fino ad ora, e ancora per poco, in Italia non sono del tutto commercializzate! Almeno ufficialmente non esiste alcu negozio del noto marchio. Ricordo che fino  a qualche anno fa, quando viaggiavo e mi concedevo un po' di shopping all'estero, c'erano effettivamente negozi di nomi mai visti nè sentiti in Italia, perciò comprare un paio di jeans o una felpa o una borsa, valeva la pena! Insomma, si rimpatriava con un pezzo davvero unico! All'età di quindici anni, durante un viaggio in Danimarca, acquistai presso la cittadina di Odense una borsa niente male: sportiva, con la tracolla, in tela grigio-chiaro rifinita di turchese. Giorni fa la ripesco dall'armadio, apro e leggo la targhetta interna: H&M. All'epoca non conoscevo questo negozio, nè tantomeno mi ero resa conto di esserci entrata e aver acquistato una borsa! Solo oggi, che il marchio è arrivato in Italia, posso riconoscerlo!
Lo scorso anno  ho avuto la conferma di qualcosa che già da un po' avvertivo nell'aria: non esistono più brands locali, almeno che non si parli di gradi marchi (ma neppure quelli: LV si trova tanto a Roma quanto a Colonia). La scorsa estate passeggiando per le vie di Barcellona in cerca di qualche negozietto 'tipico', con proposte 'locali', mi sono imbattuta per Intimissimi, Zara, H&M, Disegual.
La delusione è stata grande, tant'è che sono tornata a casa con  souvenirs tradizionali.
L'unica speranza per molti è la maglia dell'Hard Rock Cafè, ma anche quella  trasmette infinita tristezza: un capo made in china, con sopra il nome della città a cui è destinata.

Per concludere, tornando al caso Abercrombie, se siamo dovuti ricorrere a viaggi in America per tornare in Italia con addosso qualcosa  da fare invidia, nel vero senso della parola, tra poco finirà anche questo sogno, poichè si sussurra prossima apertura proprio qua da noi.
Di fatto già l'Hollister aveva livellato il mercato, spingendo il popolo dei modanti o meglio degli 'avanguardisti' a rivolgersi altrove.
E ora, chi sarà il prossimo? Quale il marchio da sbandierare all'atterraggio in Italia?
Il tempo risponderà!

martedì 1 marzo 2011

F.S. asks: perchè la moda è così mediatica?



Bellissima l'affermazione che <<la moda esce sempre vincente!>>.
E in effetti è così.
Si parla di moda continuamente, si pratica la moda entrando in un negozio, infilando un paio di stivali, aprendo il proprio armadio. Più di quanto di possa dedicare ad un film e un libro.
Come dice F.S. <<il visuale>>  caratterizza la nostra epoca è democratica la sua fruizione. Io aggiungerei che, da un punto di vista linguistico (ebbene si!) oltre all'economicità di un sistema di comunicazione fatto di immagini, capace di veicolare il messaggio alla velocità della luce, la potenza della moda sta anche nella possibilità di acquisire il linguaggio e partecipare a un dialogo mondiale, fatto di citazioni (indossare capi vintage, per es.), di plagi (portando un profumo 'copia d'autore') o di veri contributi originali.

Aleph


sabato 26 febbraio 2011

F.S. says: "A good mix of music and fashion"

E' proprio vero che la moda e la musica vanno di paripasso, quasi le due facce della stessa medaglia.
Entrambe gridano al mondo qualcosa, definiscono i contorni e collocano chi vi aderisce in precisi lifestyles.
Osservavo sul sito ufficale di CASTRO קסטרו , noto made in Israel,  la presentazione spring summer dello scorso anno. Non a caso lo show si apre con un gruppo: chitarre, pianola, batteria e sintetizzatore.
"E' una sfilata oppure un concerto?"
La location era assolutamente ambigua!
Poi una cantante ha impugnato il microfono e su delle note un po' techno ha cominciato a cantare.
Ed ecco iniziare la sfilata. L'intento era quello di rendere fashion uno street style attraverso dettagli delicatissimi, il denim abbinato al camoscio con perline o ad un cotone freschissimo, dai colori ariosi. Lineare, essenziale. Con un carattere impertinente e sbarazzino, che senz'altro il sottofondo musicale contribuiva a dare.
La musica sembrava mutuata dalle proposte dello stilista e vice versa.
Due linguaggi assolutamente complementari che ripropongono dubbi come quello dell'uovo e la gallina: chi è viene per primo?

Aleph




venerdì 18 febbraio 2011

Total Black....

Il total black, l'uso del nero, del suo significato all'interno della moda, mi hanno fatto pensare immediatamente ad Elisabetta da Baviera, chiamata Sisì ma celebrata dal cinema come Sissi.



Meno di un mese fa' ho visitato gli appartamenti imperiali a Vienna e il museo dedicato alla kaiserina. La morte si affezionò subito ad Elisabetta: lei, cultrice della bellezza, che curava il proprio corpo sino quasi a consumarlo, lei che amava impreziosirsi con stelle di diamanti o diademi di rubino.



Ad un certo punto dovette abbandonare tutto e rifugiarsi nel 'nero'. Tra gli innumerevoli oggetti personali della kaiserina, rimasi impressionata dai vestiti. Ma non da tutti, precisamente da uno: quello usato per il lutto (che portò a vita) dopo la morte dell'unico figlio maschio.



L'abito da lutto dell'imperatrice si trovava dentro una teca di vetro: nero, gonna lunga, strettissimo in vita (Sisì teneva alla propria silhouette in maniera ossessiva), rifinito di pizzo in ogni dettaglio. Accanto c'erano i gioielli da lutto dell'imperatrice. Neri anche loro.



"Che strano" pensai "gioielli da lutto", c'è qualcosa che stride: come può un gioiello, che adorna e rende bello per definizione, essere nero, cioè da lutto? Il lutto, il 'nero da lutto', non serve forse per 'minimizzare, non dare all'occhio, rendere meno bello'?



Che Elisabetta abbia colto le potenzialità o la glaciale bellezza dietro questo colore, mentre gli altri lo etichettavano ancora come segno di tristezza? A lei cosa importava: indossando quel vestito e quei gioielli rispettava senza dubbio, almeno formalmente, l'etichetta; per il resto, nolente o volente, partecipava alle grandi trasformazioni cui la moda andava in contro.